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KAMALA HARRIS

  • Fi Ma
  • 14 ago 2024
  • Tempo di lettura: 3 min

CHI E' LA CANDIDATA DEM ALLA PRESIDENZA DEGLI STATI UNITI

IL PROFILO

Vicepresidente nell'amministrazione Biden, candidata alla presidenza dopo il ritiro dello stesso, come ampiamente pronosticato da Trump col suo slogan “Biden oggi, Harris domani”, elogiata dai media nazionali ed internazionali, chi è davvero Kamala Harris?

La sua storia potrebbe iniziare dalla madre, una donna indiana (appartenente ad una casta privilegiata) che nel 1958 arrivò negli Stati Uniti per studiare all'Università della California. Ben presto si unì ai movimenti studenteschi e partecipò alle agitazioni contro la guerra in Vietnam e alle proteste a favore dei diritti dei neri.

Sposò, contrariamente a quanto stabilito dalla sua famiglia, un attivista giamaicano per i diritti civili, Donald Harris, da cui ebbe due figlie – Kamala e Maya. Dopo 8 anni i due divorziarono.

Kamala ha conseguito il diploma in Canada, studia all'Università Howard – frequentata soprattutto da afroamericani – e ha studiato legge a San Francisco. Segue una carriera da procuratore, fino ad arrivare a diventare procuratore generale della California per due mandati, successivamente diventa Senatore e poi vicepresidente.

Viene considerato un personaggio abbastanza controverso ed ambiguo: i suoi le rinfacciano il suo operato da procuratore, poiché ha appoggiato una legge che prevedeva la galera per i genitori che facevano abitualmente saltare la scuola ai figli, si è vantata di aver fatto aumentare del 14% le condanne e si è opposta alla scarcerazione anticipata per i detenuti condannati per crimini non violenti, offrendo come motivazione un'eventuale mancanza di manodopera per gli istituti penitenziari.

Dall'altro lato, i suoi detrattori l'accusano di essere la principale responsabile dell'aumento del fenomeno migratorio che ha generato una vera e propria crisi che va avanti ormai da anni, di sostenere la comunità

LGBT e di propagandare l'aborto “facile”.


LA CANDIDATURA

Gli scogli principali che il suo staff ha dovuto affrontare dal momento in cui ha presentato la sua candidatura, sono stati principalmente due: rafforzare il suo gradimento, organizzando quindi uscite pubbliche mirate, e convincere i finanziatori che fosse l'unica alternativa valida.

Se nella secondo sfida è riuscita benissimo, poiché in pochissimi giorni ha raccolto 100 milioni di dollari soltanto dai “big donour”, cioè i grandi finanziatori (tra cui Soros, Blair Effron di Centerview, Jonathan Gray di Blackstone, Peter Orszag e Ray McGuire di Lazard, Brad Karp di Paul Weiss, Roger Altman di Evercore, Reid Hoffman di LinkedIn, il multimilionario indiano Vinod Khosla e Reed Hastings di Netflix), nella prima – a dispetto di quanto ripetono i principali media mainstream – arranca.

La Harris ha un basso indice di popolarità, non ha il sostegno dei bianchi della middle class, soprattutto in alcuni Stati che solitamente sono decisivi come Wisconsin, Michigan e Pennsylvania, e anche gli elettori democratici che la voterebbero lo farebbero con scarso entusiasmo e senza sostenerla attivamente. Inoltre non si può non considerare il pessimo risultato delle primarie del 2020, nelle quali arrivò ultima tra tutti i candidati dem, fermandosi solo al 3%.


COSA PUO' SUCCEDERE

L'elettore medio americano, però, è molto influenzabile ed una campagna elettorale studiata bene, che tocchi le corde giuste, può essere decisiva, soprattutto nelle ultime settimane.

Il risultato del voto è attualmente imprevedibile, anche perché il polso della situazione è avvelenato dalla propaganda estenuante dei media che sono sempre meno indipendenti, sarà sicuramente una campagna elettorale senza esclusione di colpi e vedremo se gli Stati Uniti sceglieranno il self-made man che incarna l'americano-tipo o la donna nera ed attivista, che incarna il progressismo sfrenato.

ARTICOLO SCRITTO DA: FiMa

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